I mari italiani, almeno nel novanta per cento dei casi, possono vantare acque non inquinate e in cui è possibile tuffarsi per fare il bagno in estate. Dalle rilevazioni fatte più di recente pare infatti che i due batteri fecali che più mettono a rischio, Enterococchi intestinali ed Escherichia coli, siano presenti in basse quantità. Nonostante questi dati positivi però, sembra che le rilevazioni sullo stato di salute dei mari italiani non prendano in considerazione la quantificazione di inquinamento chimico presente nelle acque. Una mancanza che sarebbe giustificata niente meno che dalla normativa europea, che non prevederebbe affatto la rilevazione di tale tipologia di inquinamento dei mari.

Una scelta che si basa sulle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui i rischi principali di farsi un bagno nei mari sono appunto quelli derivanti dalla contaminazione batterica. Tuttavia, però, esclusi in questo modo i pericolo derivanti dai microrganismi batterici, restano gli eventuali pericoli dell’inquinamento chimico, che andrebbero comunque monitorati in qualche modo secondo alcuni esperti. Il punto, quindi, è che i criteri che riguardano l’inquinamento chimico non sono presi in considerazione quando si decreta la balneabilità o la non balneabilità dei mari italiani.

Una situazione che viene messa in luce in un articolo de Il Fatto Quotidiano, in cui si sottolinea il presunto controsenso di alcuni mari italiani e spiagge ad esse collegate, decretati balneabili perché le acque presentano basse quantità di batteri fecali ma in realtà potenzialmente a rischio di inquinamento chimico. Il quotidiano riporta l’esempio di Rosignano Solvay, in provincia di Livorno, che dal 1912 è sede dell’omonimo stabilimento e dove le acque alla foce del fosso del Lillatro sono state dichiarate non balneabili mentre qualche decina di metri più in là dallo stesso punto le acque vengono dichiarate di qualità eccellente.