Quando si pensa al Giappone, ai più vengono in mente concetti di “lontananza” ed “esotico”. D’altronde parliamo di “estremo” Oriente, un aggettivo che indica sia il remoto quanto il “lontano” in senso oltre che geografico anche culturale. Eppure è stupefacente quanto sia vicino. Sì, prenotai in tre minuti un biglietto su un volo su un portale di voli, www.volo24.it: quindi, di lì a poche settimane, misi piede in terra di Sol Levante in 13 ore e spendendo poche centinaia d’euro. Se penso ai viaggi che facevo da ragazzino coi miei genitori, era come quando dal mio paesino piemontese scendevamo in Calabria al mare.

Eppure lo spirito col quale partii era un misto di curiosità, anche febbrile, timore di un viaggio così lungo. «Un mese vola» mi disse il capo quando mi propose Osaka per la presentazione del nostro progetto aziendale presso i nostri omologhi giapponesi. “Osaka – pensai – credo sia in Giappone”. Nemmeno avevo chiaro bene in quale Stato si trovasse, al sentirla nominare (sono un dannato ingegnere meccanico, mica un geografo, è già una fortuna che abbia indovinato il continente).
E l’alloggio, la lingua, il cibo.. insomma tutto ?
«Tranquillo, alloggerai presso una struttura convenzionata e lì ti farà da Cicerone un tipo che parla italiano». “Un tipo”, alla faccia della precisione.

Quando misi piede fuori dell’aereo, all’aeroporto di Osaka, mi sentii spaesato come un fabbro medioevale risucchiato nella Fiera del Tecnologico di Francoforte dell’anno 2058, sembravo il tipo del gioco “indovina l’intruso” della Settimana Enigmistica. Fortunatamente, appena fuori, un placido giovanotto regge un cartello su cui leggo il mio nome, in una fila composta e ordinata. Sarà un elemento della cultura giapponese pressoché costante nel mio mese nipponico: ordine e compostezza. Mi sarebbe piaciuti vederli allo stadio, ma immagino che avranno incitato i loro idoli in ordine alfabetico e sotto i 100 decibel, lasciando gli spalti più puliti di come li avevano trovati.
Mi avvicino a lui: è Hitoshi e vivaddio parla un italiano non perfetto, ma quanto basta per fare finanche una bella conversazione. Fin dal taxi, avrei presto imparato quanto il mio cicerone fosse prezioso: a parte i ragazzi sotto i 25 anni (e nemmeno tutti) in Giappone l’inglese lo si parla e lo si capisce pochino. D’altro canto sarebbe pura follia cercare di capire il giapponese e men che mai capirne i kanji, i caratteri giapponesi. “Sono difficili persino per i giapponesi”, mi spiega Hitoshi e c’è ben da credergli.

Durante il giro in taxi ho modo di vedere di sfuggita Osaka. Centro, a prima occhiata, vivo, vivace, trafficato, eppure il senso di pulizia e ordine non viene mai meno, lo avrei imparato di lì a poco, ma persino dall’auto lo si nota. Persino le biciclette hanno dei loro spazi preposti in cui parcheggiarli e la pena per chi lascia la propria bici fuori degli spazi consentiti è da corte marziale: sequestro del mezzo e 25.000 yen di multa, pari a circa euro. Cribbio, pensai, ringrazi il trasgressore che non venga fustigato in piazza.

I giorni trascorrevano fra il mio lavoro di presentazione del progetto dal mattino al pomeriggio e uscite serali, con la guida – poi rivelatasi simpaticissima – di Hitoshi.
Subito un cliché da demolire. Immaginiamo i giapponesi devotissimi al lavoro, per il quale sacrificano sudore, lacrime e sangue, lavorando come ciuchi 19 ore al giorno. Premesso che effettivamente hanno una cultura del lavoro che magari ad avercela in Italia, dove il senso del dovere e del funzionamento ha a che fare col senso di “onorabilità” del lavoratore (scusate la ripetizione, ma magari ad avercela…), è vero anche che i nipponici in azienda sono alquanto rilassati e oserei direi che se la prendono finanche comoda. Quindi, un Paese dall’alta produttività ed efficienza dei lavoratori, senz’altro, ma scene di lavoro schiavista stacanovista non ricordo d’averne vista. Può darsi che mi sbagli, ma qui esprimo le mie impressioni, non sono certo un sociologo nipponico.

Osaka è sicuramente una città lontanissima dagli standard estetici a cui noi europei – o forse dovrei dire occidentali – siamo avvezzi. Il centro è un susseguirsi a primo impatto delirante, poi affascinante di altissimi edifici illuminati da neon che pubblicizzano qualunque cosa le mente umana possa congegnare. È un centro vivo a tutte le ore del giorno e della notte e mi chiedo come facciano i giapponesi a tirare tardi se poi il giorno dopo devono lavorare. “Altrimenti quando troveremmo il tempo di divertirci ?”. Come ci si diverte la sera ?
Naturalmente esattamente come noi altri, colleghi e amici si incontrano (in verità non ho mai visto grandi gruppi come un po’ noi facciamo, non ricordo più di due o tre amici assieme, a meno che non fosse una cena di lavoro) e bevono una birra assieme.
Due note rapide sul cibo: a un occidentale medio viene in mente, per quanto riguarda il cibo giapponese, subito il trittico riso – nudel – sushi. Ebbene, credo di aver mangiato tre volte al giorno per un mese sempre una pietanza diversa, tanto è ricca e differente. Naturalmente, a cena si chiude sempre con un saké che è ben altra cosa rispetto a quello che si trova dalle nostre parti.

Per la verità il consumo alcolico in Giappone mi ha sorpreso un po’, non immaginavo si bevesse… di gusto. Ma è affascinante come uno sbronzo non sia mai completamente sbronzo o in un mese, almeno, nonostante si beva volentieri, mai e dico mai visto una rissa, un disordine, ma che dico ?, finanche uno sbronzo molesto. Immagino che anche un ubriaco marcio e lercio, in Giappone, conservi la sua buona educazione. Gli spettacoli più indecenti al più, consistono in persone dal vestito importante, o almeno così mi è parso, che sfumava l’alcool con cravatta e camicia allentata, sudando come un evasore fiscale in una sede Equitalia durante un controllo e provandosi in un karaoke dai risultati imbarazzanti, a voler fare un complimento.
Spesso si ipnotizzano dentro un gioco, il pachinko, una macchinetta ultracolorata che dev’essere qualcosa a metà fra un flipper e una slot machine e che nonostante la pazienza (giapponese) di Hitoshi non sono stato ben in grado di intendere come funzioni. Ad ogni modo, deve coinvolgere molto: ho visto un gentiluomo che deve aver perso una fortuna, dopo due ore a mettere ininterrottamente monete sotto il mio sguardo.

Un Paese di contraddizioni e contrappassi immediati e crudi, mi diceva Hitoshi. Come ? Me lo spiegava indicando il Castello di Osaka. Una struttura tradizionale della fine del XVI secolo, bellissimo e tipico, immerso nel placido verde di un paradiso che per ordine e pulizia farebbe invidia all’originale. Eppure bastano cinque minuti a piedi, anche meno, per ritrovarsi ex abrupto in un centro di cemento, veloce, caotico, affollato, vivace, vitale, che produce e non ammette pigrizia.
Credo di aver compreso cosa Hitoshi volesse dirmi.

Prima di tornare in Italia, feci un regalo a Hitoshi e lo invitai di cuore a venirmi a trovare. Spero davvero venga, sia perché la sua compagnia per un mese è stata davvero amabile, sia perché mi piacerebbe immergerlo in un mese tutto italiano e sentire il suo punto di vista nipponico sulle nostre culture a volte così profondamente diverse. Purché, come diceva il poeta francese Valery, con le nostra differenze possiamo arricchirci.
Per lavoro devo viaggiare molto e ad essere sinceri è uno degli aspetti che più mi piace e mi chiedo e spero che una delle tante destinazioni che la mia azienda mi assegnerà nuovamente in futuro possa essere nuovamente la bellissima Osaka.

Foto by Infophoto

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